Presentazione del blog

"Canta pure, Grillo mio, come ti pare e piace [...] se rimango qui, avverrà a me quel che avviene a tutti gli altri ragazzi, vale a dire mi manderanno a scuola, e per amore o per forza mi toccherà studiare; e io, a dirtela in confidenza, di studiare non ne ho punto voglia e mi diverto di più a correre dietro alle farfalle e a salire su per gli alberi a prendere gli uccellini di nido" (tratto da Collodi C., Le avventure di Pinocchio, p. 16)

martedì 7 dicembre 2010

Durante il tirocinio...

Di seguito, verrà riportata una registrazione tratta dal tirocinio in una scuola dell'infanzia (Anonimo):

Contesto: corridoio, tutti i bambini sono seduti sulle “panchette” posizionate in cerchio.
Attività didattica della mattina: narrazione e ripasso di una storia da drammatizzare alla fine dell'anno scolastico.
(La sezione è composta da 25 bambini di età mista (3-4-5 anni)

I.= insegnante
F.= ha 4 anni, da piccolo ha avuto problemi di salute.
(Le insegnanti ritengono che la sua immaturità debba essere colmata al più presto!)
G., N., L., A.=altri bambini della sezione
I.  Bene, allora vuol dire …                                  
F.  piange
I.   F. vieni un attimo qui da me. F. vieni.             
F.  Non andiamo in palestra? Non ci andiamo?
I.  Questa è la palestra?                                                            
F.  Mm
I.   Qui siamo in palestra?                                                                             
N. No
I.  Stai zitto tu.                                                      
F.  Io non ci vado in palestra!
I.   Noi adesso siamo nella nostra scuola,              
     delle paperelle.                                                                                
F.  Noi non andiamo in palestra?
I.  Ho detto che sto parlando con te!!                                              
    Allora, oggi non ci andiamo in palestra!!!          
I bambini parlano sottofondo.
I.  No basta!!!                                                           
F.  Oggi non ci andiamo.
I.  Nooooooooo, se piangi però ci andiamo!                      
I.  Allora puoi anche ridere.                                  
F.  Ha ha
I.   Ah, bene.                                                          
F.  Oggi non ci andiamo?
I.  OGGI. NON. CI. ANDIAMO.                                                                  
    Bene, allora, vieni qui da me.                            
    M. ti sei riposato? (M. si è disteso sulla 
    panca)                                                                                                                       
    Dunque ragazzi …
A. (dice qualcosa)
I.  Siediti qui, siediti.                                        
    F., vuoi venire a sederti qua per terra?              
    Adesso viene anche N., è? Dai.                        
    Vieni qua vicino a me.                                       
F. Oggi non andiamo in palestra?
I.  No.                                                                   
    Dunque,
    siediti per terra un attimo.                                       
F.  Oggi no!
I.  Lo abbiamo già detto.                                                           
    Dunque, allora.                                
I bambini parlano sottofondo tra loro
I.  F. F. F. F. F. F., mi senti se io parlo così?          
F.  No.
I.  (sbatte una penna sul tavolo)
    Se faccio così?                                                   
F.  No.
I.  Allora sei proprio sordo?                                  
    Allora queste orecchie qui sono chiuse.                    
    Accendile.                                                          
(l’insegnante sbatte di nuovo la penna sul tavolo)
    Senti adesso?                                                      
    L’hai sentito?                                                                                                              
    Accendile bene.                                                                                                            
(batte di nuovo la penna sul tavolo)
   Lo hai sentito?                                                                                                               
F. No.
I.  F.
I bambini parlano tra loro in sottofondo.
I.  G., vieniti a sedere qua per terra.                       
    Allora, stavamo raccontando ad A. (pausa)
    Se vi vedo ancora, buttare, le vostre mani, e le vostre braccia per fare un dispetto ad un  
    amico, che non serve, se non a stuzzicare e a litigare, vi vestite e vi andate a cercar un’altra
    scuola. Poi, quando vengono le vostre mamme qui a prendervi, IO glielo dico proprio.
   E gli dico: questa scuola non andava bene per questi bambini. A loro serviva una scuola
   come nella giungla.     
   Che cos’è successo?                                              
   Adesso io voglio continuare la storia,         
   perché A., L., G., non la conoscono.                     
A. comincia a piangere.
G.  Guarda tata.
I.  Vieni A., vieni qui.                                               
G. Gua…, guarda tata.
I.  Togli la camicia che, la sciupi tutta.                                                
    Tira fuori la camicia di bocca, dai!
    Ascolta io te lo chiedo ancora una volta, con gentilezza, dopo non sono più gentile.
    Togli quella camicia di bocca.                            
F. Oggi non ci andiamo in palestra?
I.  Allora, ... (inizia la storia) ...    

1 commento:

  1. Da questa registrazione è possibile osservare alcuni atteggiamenti ed espressioni tipiche degli insegnanti, i professionisti che agiscono sulla base di un loro progetto “preconfezionato” (a prescindere dalla storia e dalle particolarità di uno specifico ed unico gruppo classe):
    - Il ricatto: “Nooooooooo. Se piangi però ci andiamo!”. Di fronte alla domanda di un bambino preoccupato alla sola idea di dover andare in palestra, l’insegnante, incapace di proseguire l’attività, sceglie la via del ricatto.
    E’ più importante il programma rispetto allo stato emotivo di un bambino? La presenza di un bambino con deficit mette in discussione le previsioni e le progettazioni che si vogliono realizzare.
    Il ricatto può portare a tensioni conflittuali o alla formazione di posizioni diverse tra insegnante e alunno, mettendone a dura prova la relazione.
    Sarebbe stato più opportuno attirare, coinvolgere, trascinare ed implicare F. in attività lontane da quella corrente.
    L’insegnante, come si può notare dallo stralcio, mano a mano comincia ad alterarsi, perde la pazienza, non riesce più ad avere la situazione sotto controllo.
    Tra l’insegnante (razionale e fredda) e F. viene a crearsi una difficoltà di comunicazione. Questa difficoltà viene esternata da parte dell’insegnante attraverso l’urlo (“F. F. F. F. F. F., mi senti se io parlo così? […] Allora sei proprio sordo? Allora queste orecchie qui sono chiuse. Accendile!”). Urliamo quando pensiamo che l’altro non ci capisca o non ci senta, di conseguenza, alzando la voce, crediamo di poterlo raggiungere. Ma ahimè l’insegnante ottiene lo stesso effetto da lei prodotto, il bambino o risponde con un urlo o chiude completamente il canale dell’ascolto. L’insegnante avrebbe dovuto distaccarsi dal suo punto di vista, scendere “dal trono della ragione suprema”, tentare di calarsi nell’ottica del bambino ed individuare il canale migliore per comunicare realmente con il bambino stesso (ricorrendo ad intuizioni, immagini, emozioni). Non negare le paure, ma al contrario esprimerle, facendo sperimentare al bambino quella sensazione di benessere, quale “molla fondamentale per vivere in serenità in un mondo che cambia permanentemente”.
    - L’Obbedienza: “vi vestite e vi andate a cercare un’altra scuola. […] questa scuola non andava bene per questi bambini. A loro serviva una scuola come nella giungla!”.
    “Ascolta io te lo chiedo ancora una volta, con gentilezza, dopo non sono più gentile”.
    Nella scuola dell’obbedienza non è consentito muoversi, a patto che non sia l’insegnante a volerlo.
    I bravi scolari diventano marionette nelle mani del Mangiafuoco di turno, gli altri, i “somari” diventano burattini di legno senza fili o per meglio dire “senza speranza”.
    - La disconferma: “F. Oggi non ci andiamo in palestra? I. Allora … (inizia la storia) …” F. viene ignorato, la sua esistenza viene negata dall’insegnante.
    “Essere sottoposto a ripetute disconferme da parte di adulti molto significativi, che sono un riferimento nello strutturarsi della propria personalità, … significa per un bambino venire a trovarsi di fronte a due possibili alternative: “… la rottura della relazione o il comportamento sintomatico che peggiora progressivamente.” (Cancrini L, Bambini “diversi” a scuola, p. 33 in Cuomo N., Bacciaglia E., I modi dell’insegnare: tra il dire e il fare …, tra le buone prassi e le cattive abitudini, p. 176)

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Il Grillo vi invita a consultare la Bibliografia e Filmografia di riferimento

  • "Figli di un Dio minore" di Randa Haines (1986)
  • "Gli esclusi" di John Cassavetes (1963)
  • "Il ragazzo selvaggio" di Francois Truffau (1969)
  • AAVV. Le buone prassi tra il dichiarato e l'agito. Da tirocinante osservatore a insegnante progettista di sistemi di integrazionee inclusione per il supramento degli handicap e delle difficoltà di apprendimento e di insegnamento, Edizioni AEMOCON, 2009
  • Alice Imola, Le leggi verso le buone prassi dell'integrazione, Edizioni ETS, Pisa, 2008
  • Nicola Cuomo, Verso una scuola dell'Emozione di Conoscere. Il futuro insegnante, insegnante del futuro, Edizioni ETS ,Pisa, 2007